giovedì 18 settembre 2014

Maurizio Cau: L’indifferenza & I Morti Vivi


Maurizio Cau, dalla mostra  L’indifferenza & I Morti Vivi. © Maurizio Cau.
L’immagine è un linguaggio che utilizza propri codici, ma al loro interno l’autore si può muovere con grande libertà espressiva. Tanto più quando questi hanno valore simbolico. Le bambole, che barthesianamente sono state davanti all’obiettivo, sono certo oggetti che hanno subito una violenza, esplicitata nell’immagine cui hanno dato vita, ma di sicuro il racconto di cui sono portatrici non si limita a questo. La loro materialità può ingannare, ma propone realtà multiformi e sottotesti che ci narrano ben altro. 
Maurizio Cau, dalla mostra  L’indifferenza & I Morti Vivi. © Maurizio Cau.
Se il primo livello è quello della reificazione, dell’evidenza di quanto raffigurato, al di sotto di esso possiamo trovare la metafora per cui gli oggetti non sono altro che simulacri di altre dimensioni che si incarnano certo nelle bambole, ma finiscono per aprire baratri nei territori dell’inconscio e del reale. Se per certi versi possono rappresentare una dimensione che condividiamo come esseri umani socialmente inseriti in strutture angosciosamente opprimenti, per altri risvegliano quegli incubi nascosti dell’inconscio individuale e collettivo in cui si riversa il personale portato di vita. 
Maurizio Cau, dalla mostra  L’indifferenza & I Morti Vivi. © Maurizio Cau.
D'altronde quando l’obiettivo scende in strada, i suoi incontri non sono meno inquietanti, coagulandosi intorno a fantasmatici personaggi. Simulacri di un’umanità in cui è possibile ritrovare le stesse caratteristiche che le bambole martoriate ci hanno poco prima sbattuto in faccia. La differenza è nella forma. Se nelle prime le ferite erano esposte al pubblico orrore, qui sono celate dai vestiti e dalle convenzioni. Ma la sostanza di cui ci parlano le immagini non cambia. Dove è finita la nostra umanità?



La mostra

L'INDIFFERENZA 
& I MORTI VIVI

di Maurizio Cau

20 - 30 settembre 2014

Palazzo Marini

via Ada Negri, 28
Cagliari

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domenica 25 maggio 2014

Una giornata orribile

Andrea Andy Rocchelli.
I tempi sono marci e la cronaca ci offre solo brutti spunti di riflessione. Anche se decidi di occuparti solo di immagini e del loro uso sei continuamente ricacciato nel baratro di una realtà che nessun essere umano dotato di coscienza vorrebbe vivere. Sono passati appena pochi giorni dalla scomparsa di una giovanissima fotogiornalista francese e siamo di nuovo a piangere per la scomparsa di una altro ragazzo che stava facendo il suo lavoro.
Ieri sera era apparsa la notizia della morte di un fotogiornalista italiano in Ucraina. Il mio primo pensiero è stato rivolto ad Andrea Carrubba, un ragazzo che ha studiato fotogiornalismo e Comunicazione visiva con me e che già poche settimane fa si è visto esplodere un razzo lanciato da un elicottero ucraino a una decina di metri. E in effetti non c'ero andato troppo lontano «Eravamo insieme, vivevamo nello stesso hotel e ieri pomeriggio ci siamo divisi -mi racconterà poi Andrea via Skype- lui è andato in un posto fottutamente pericoloso, per capirci dove avevo preso il razzo».
Quello che provi in queste situazioni quando pensi che potrebbe essere coinvolto qualcuno che conosci è terribile. Per questo tI attacchi a Twitter e cominci a seguire l'hashtag #Slavyansk. Sono informazioni generiche e sembrano più spesso lo sfogo ideologico de isingoli che se la prendono con una fazione piuttosto che un'altra. Finché da un tweet non compare il nome di Andrea Rochelli… 
«Ma è Andy… cazzo!!!»
Il nome cui non avevi pensato salta fuori dallo schermo e ti fa esplodere in testa le immagini dell'allestimento di una mostra alcuni anni fa, fa riemergere alla memoria tutte le volte che lo hai sentito nominare o chiamare dai ragazzi di Cesura, rievoca gli spazi del collettivo in Val Tidone, dei lavori visti o rivisti in rete. 
Leggere della morte di qualcuno è una cosa bruttissima, se poi si tratta di qualcuno che fa qualcosa che ha a che vedere con la tua quotidianità è terribile... ma se si tratta di qualcuno che hai conosciuto, anche se non in profondità, è molto, molto peggio. 
E, come se non bastasse, c'è anche la beffa del nome del collettivo storpiato nei tweet diventa censura.it. Tra i refusi possibili il meno appropriato e auspicabile.
Poco fa, in treno, mi è arrivato un SMS: «Ho appena sentito la conferma della morte di Andy alla radio. Ci speravo venisse smentita, ci speravo davvero...». Controllo sui quotidiani on line... la Farnesina ha confermato… purtroppo
Era più che prevedibile dopo tante ore senza una smentita ufficiale. Quando le cose vanno così l'assenza di smentite è una conferma certa. 
Penso ai ragazzi di Cesura che hanno lavorato a fianco di Andy per tanti anni, a quegli stanzoni in cui lavorano, più simili a un centro sociale che a un'agenzia, dove all'improvviso immerso in caso creativo ti trovi davanti un'armadio frigorifero ordinatissimo e  assolutamente fuori contesto in cui sono custoditi di negativi di Alex Majoli... 
Di fronte alla morte si rischia di dire solo banalità e tante ne verranno scritte ancora una volta (comprese queste che state leggendo). Molti lo fanno per mestiere, a cominciare dal sottoscritto, ma stavolta scrivere è solo un modo per provare a metabolizzare qualcosa che non può essere davvero comprensibile, anche se sai bene che può accadere.
Inutile aggiungere altro e diventare squallidamente patetici, mentre intorno il treno continua a scorrere sulle sue rotaie e la gente ride, scherza e  prosegue la sua vita… 
«Oggi pomeriggio ho visto i due cadaveri all'obitorio -mi scrive Andrea- è una giornata orribile».
Niente da aggiungere... 

QUI i lavori di Andy dal sito di Cesura.

mercoledì 21 maggio 2014

Power of… nothing (a margine della mostra di Steve McCurry a Torino)


I tifosi in attesa di Del Piero un'ora prima dell'inaugurazione della mostra Power of 10 di Steve McCurry presso ADPlog a Torino. © FPmag.
La strada è bloccata. Controllo l’indirizzo: via Piero Gobetti 10. Maledizione proprio dove è tutto transennato. Ci deve essere qualche altra cosa oltre all’inaugurazione della mostra... ma no, che idiota, il problema è che c’è anche Del Piero... e si vede “Bentornato Capitano", "Capitano, un solo capitano”... mi vengono i brividi e non esattamente a causa della condivisione di interessi semmai sono le brutte sensazioni che si sommano all'improba opera consistente nel tentare interfacciarsi con il servizio d’ordine per entrare. Sono tutti in completo nero con cravatta arancione (come se fisico palestrato e sguardo spento rendessero necessaria la divisa...). 
Un momento dell'inaugurazione della mostra Power of 10 presso lo spazio ADPlog a Torino.  © FPmag.
Grazie alla cortesia di una hostess in grado di articolare e comprendere quei suoni che sono alla base della lingua e soprattutto di riconoscere il mio nome tra quelli dei giornalisti invitati, riesco ad entrare all’interno di ADPlog, lo spazio multifunzionale voluto da Del Piero. Lo spazio è su tre piani ed è curatissimo e organizzato in modo eccellente. Complimenti vivissimi a chi lo ha pensato. Sul motivo per cui sono presente anche io invece sarebbe forse meglio evitare i commenti e limitarsi ai fatti. 
Gli ingredienti ci sono tutti: Il personaggio famoso in forma di calciatore quasi ex (Alessandro Del Piero), il cuoco di grido (non poteva certo mancare), il giornalista che fa domande non proprio da Premio Pulitzer, telecamere, transenne, servizio d’ordine, hostess in tailleur. C’è anche il fotografo famoso in forma di Steve McCurry. Sembra in tutto e per tutto lo scenario di una trasmissione televisiva in odore di talk show o di reality. Invece è la conferenza stampa di presentazione della mostra Power of 10 del già citato McCurry.
Una delle immagini di Steve McCurry esposte nella  mostra Power of 10 presso ADPlog a Torino.  © FPmag.
Al di là di quello che può essere il mio pensiero personale sulla fotografia di McCurry, già espresso in ultimissimi articoli che ho scritto per la rivista che ho diretto, posso solo constatare che, indipendentemente dalle ottime intenzioni benefiche all’origine di questa mostra, in questo paese è molto difficile se non impossibile organizzare nulla che abbia un minimo di riscontro se non si ricorre al format televisivo. Il circo mediatico si muove con un’imbarazzante incapacità di produrre qualcosa di nuovo. Se vuoi avere gente devi seguire il cliché che prevede il calciatore e il cuoco... a dire il vero mancavano i gattini o comunque qualcosa di lacrimevole a sfondo animale. Non pretendo che la gente si muova o si interessi alla fotografia, ne che personaggi come McCurry rifiutino di partecipare a simili eventi (pecunia non olet solevano dire i nostri avi), per carità. Mi piacerebbe solo che a fronte di investimenti  enormi come quelli che sicuramente sono alle spalle di un evento simile, ci fosse un po’ più di rispetto per il pubblico. Che non venisse considerato come una massa informe di persone incapaci di pensare pensieri che non siano altrui. Capaci di provare interesse anche per cose diverse dal grande calciatore o dal grande cuoco. Se poi si arrivasse a evitare di inanellare banalità su banalità a carico della fotografia, inframmezzate da domande sul rinnovo del contratto dell’allenatore della Juventus e sul futuro di Del Piero (l’unico a salvare la faccia in questa situazione, non foss’altro per le espressioni di garbato e controllato stupore, prossimo allo sconcerto, per l’insulsaggine delle domande che gli venivano rivolte), beh se così fosse, allora forse qualcosa potrebbe ancora migliorare in questo Paese.

Chi fosse interessato a saperne di più sulla mostra può trovare maggiori informazioni qui. 



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domenica 18 maggio 2014

Lacrime di fotografo

Un momento dell'incontro con Sara Naomi Lewkowicz presso la sede del Gruppo Fotografico Progetto Immagine a Lodi.
Da sinistra Aldo Mendichi, Sandro Iovine, Sara Naomi Lewkowicz, Marta Lutzu e Alberto Prina. © Arianna Pagani.

Osservando le sue fotografie non immagineresti che Sara Naomi Lewkowicz sia così giovane. Quando parla di sé dice «Io non sono una fotografa, sono una studentessa, mi manca ancora un semestre per finire». Complice l'ambiente estraneo e la lingua sconosciuta che vi si parla, si muove nello spazio come se cercasse di non entrare in contatto con ciò che la circonda. Scivola via quasi fosse trasparente a dispetto di scelta nell'abbigliamento discretamente yankee

«Falle molte domande - mi avvertono prima di iniziare l'incontro- perché tende a tagliare corto nelle risposte e poi ha detto di essere in imbarazzo a parlare davanti alla gente».
In effetti le risposte sono tendenzialmente secche come si addice a chi proviene da una cultura anglosassone e, nonostante riesca a dissimularla dietro un distacco che non favorisce una sensazione di simpatia galoppante, Sara Naomi Lewkowicz deve essere tesa e risponde in modo puntuale sì, ma maledettamente conciso e con un non so che di gelido. L'unico momento di contatto umano è un lungo sguardo occhi negli occhi mentre le faccio una domanda, come se non capendo una parola di ciò che sto dicendo (per rispetto del pubblico e soprattutto della lingua inglese si è deciso di ricorrere a una traduzione e quindi ognuno parla nella sua lingua). 
L'atmosfera cambia quando le chiedo se pensa che il suo lavoro sulla violenza domestica possa incidere sulla vita delle donne che vivono sulla propria pelle il problema. Sara risponde raccontando di una donna che le ha scritto dopo aver visto pubblicate le fotografie di Shane e Maggie. Questa donna aveva cacciato di casa il marito, ma stava riflettendo su come ricomporre il rapporto, magari facendolo rientrare in casa. Dopo aver visto le immagini però si era convinta a rompere definitivamente. Le lacrime esplodono senza preavviso mentre Sara parla, sgorgano dagli occhi e fanno riflettere. E questo al di là della tensione per l'impatto con il pubblico o di quelle che possono essere state le esperienze familiari indirettamente vissute attraverso i racconti della madre che da piccola aveva assistito a scene simili a quelle fotografate da Sara.
Personalmente non sopporto le manifestazioni di emotività, tantomeno pubblica, non di meno quanto accaduto ieri sera è uno spunto per una riflessione sul peso emotivo che sono costretti a sostenere quei fotografi che scelgono di raccontare storie pesanti come quella di Shane e Maggie o anche ben peggiori. 
Un certo tipo di opinione pubblica, poco incline alla discriminazione, tende a bollare univocamente queste situazioni come sfruttamento delle disgrazie altrui. I fotogiornalisti sono solo avvoltoi che speculano sulla sofferenza degli altri per queste persone. 
Ora che esistano fotografi che meritano simili giudizi è indubbio, ma non si può estendere il concetto indiscriminatamente. E non si può sottovalutare il prezzo che i professionisti pagano sotto il profilo umano per svolgere la loro professione. E ancora non bisogna dimenticare che tra il lavoro del fotografo e il suo diventare pubblico c'è di mezzo una catena produttiva all'interno della quale il significato e lo spirito all'origine del lavoro possono essere stravolti. Non dobbiamo dimenticare che prima di trarre delle conclusioni, utilizzando come fonte ciò che ci viene mostrato dai mezzi di comunicazione, è sempre opportuno farsi delle domande sul perché le cose vengono mostrate in un certo modo e su chi sia a poter trarre potenziale vantaggio da quel modo di presentare le cose.
Un grazie ad Aldo Mendichi che ieri sera durante l'incontro con Sara Naomi Lewkowicz ha dato il via a questa riflessione che credo meritasse di essere estesa anche a chi non era presente. 


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venerdì 25 aprile 2014

Un'avventura lunga quindici anni

Ieri e oggi: a sinistra la copertina del numero di Aprile 1999, a destra la copertina del numero di maggio 2014 de IL FOTOGRAFO.

La neve arrossata dal tramonto sulle montagne, un riflesso nel retrovisore in uno di quei  pomeriggi in cui l'atmosfera è tersa persino in Pianura Padana.

A poco più di quindici anni di distanza è questo il ricordo di un giorno di febbraio del 1999, in cui entrato alla Sprea Editori, anzi Sprea & Gussoni come si chiamava all'epoca, per discutere della traduzione dal francese di un libro, ne ero uscito con l'incarico di dirigere IL FOTOGRAFO, ma soprattutto di far uscire in meno di un mese il numero che doveva essere portato al Photoshow. 

Quindici anni dopo la progressione degli impegni di insegnamento, anche in ambito universitario, e altre motivazioni mi hanno indotto a rinunciare alla direzione della rivista. Durante questo periodo, nonostante il tradizionale antagonismo tra redazione ed Editore, ho avuto la possibilità di sperimentare molto e imparare ancora di più. Fondamentale è stato il supporto delle persone che più di ogni altro hanno collaborato con me, sopportandomi anche quando non sarebbe stato possibile e, forse, nemmeno auspicabile: Laura Marcolini, Stefania Biamonti e Alessandro Bisquola che ha dato forma ai nostri pensieri con i suoi impaginati. Senza il loro lavoro e i loro suggerimenti molte delle cose che siamo riusciti a pubblicare non avrebbero mai visto la luce. Senza il loro entusiasmo non saremmo andati avanti nei momenti più difficili. E infine Stefano Spagnolo che per un decennio ha protetto il nostro ambiente di lavoro consentendoci di operare in libertà, prima di precedere Laura, Stefania e me nel volontario cambiamento di orizzonti professionali.

Ora la palla passa a chi mi succede. Uomo dal curriculum professionale ben più stimabile del mio, sono certo che saprà barcamenarsi nelle rapide della conduzione della rivista. E chi davvero capisce di fotografia non mancherà di collocare il suo operato nella scala di valori che realmente gli compete. 

In una giornata di ricorrenze scelta in modo niente affatto casuale (vedi data di pubblicazione del post) a me non resta che ripetere anche da questa pagina il saluto a chi è stato mio paziente lettore. Ora l'obiettivo è quello di avviare dei corsi di fotografia a Milano. Poi si vedrà. Difficilmente riuscirò a rimanere lontano dal mondo della fotografia e della sua editoria, ma di sicuro ora non ho nessuna voglia di mediare ancora su linee e contenuti imposti dall'alto e non condivisi. L'omologazione passiva non è una pratica di vita e di professione in cui ho mai dimostrato di saper eccellere...

Del resto quando non è più possibile perseguire una linea editoriale in cui si riesca a riconoscersi, vuol dire che è proprio arrivato il momento di cambiare aria. E io ci sto provando. Il numero 260/maggio 2014 è l'ultimo che ho firmato, ora si volta pagina. Una, anzi più di una, credo di averla già voltata durante questi quindici anni trasformando la rivista che ho diretto. Non ho mai preteso di essere nel giusto, ma ho sempre chiesto che mi venisse riconosciuto il fatto di aver creato un prodotto editoriale differente da quelli esistenti sul mercato italiano. Spero che l'immagine in cui sono poste a confronto le copertine del primo e dell'ultimo numero che ho diretto, suggerisca la portata delle trasformazioni che, in termini di evoluzione della testata, sono riuscito a compiere durante il mio incarico. Chiudo citando l'ultima piccola soddisfazione consistente in una copertina finalmente a livello delle mie intenzioni dopo tanti mesi di scelte non condivise.

A presto.
Sandro Iovine

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mercoledì 23 aprile 2014

La panottica cambierà il linguaggio?


Sul web oggi furoreggia la notizia relativa alla presentazione della Lytro Illum. Chi frequenta questo blog sa bene che non mi occupo di tecnologia per… motivi religiosi. E non intendo fare eccezione. Colgo solo l'occasione di questa notizia per offrire lo spunto per un paio di riflessioni cui spero parteciperete in molti. 
Dallo stesso scatto con la tecnologia Lytro si possono scegliere più piani di fuoco (simulazione tratta dal sito Lytro).

La prima riflessione (si fa per dire) è relativa al modo in cui la notizia è stata presentata dai siti in lingua italiana. Lascio a voi il piacere di andare a verificare quanto è stato scritto (ecco il link con la ricerca già fatta). L'aspetto che prevale è quello della tecnologia che trasformerà il modo di fotografare. Ora, al di là dell'opinabilità di questo tipo di affermazioni figlie del copia-traduci-incolla da comunicato stampa, la seconda riflessione è relativa a se (e come) l'introduzione che consente di focheggiare a posteriori possa influire sul linguaggio delle immagini. 

È senz'altro nel novero delle possibilità il fatto che una tecnologia del genere possa trovare una diffusione di massa su altri apparecchi (ammesso che il brevetto venga concesso), ma in cosa si tradurrà in pratica questo? Difficile azzardare previsioni che potrebbero essere smentite alla prima apparizione del genio creativo di turno in grado di stravolgere le regole. Tuttavia, se da una parte è vero che questa tecnologia è in grado di apportare una qualche forma di novità nell'ambito della ripresa, fino a che punto l'ingegneristicamente geniale trovata di mister Ren Ng (l'ideatore dall'impronunciabile nome della tecnologia panottica) costituisce un passo avanti nell'impiego cosciente dello strumento fotografico? 

Se è vero che poter rivedere il punto di fuoco in postproduzione può in alcune circostanze (a mio avviso ben poche) essere utile, è anche vero che questo potrebbe indurre ulteriori forme di atrofizzazione del cervello dei fotografi in fase di ripresa. Considerato che oggi il motto di molti è tanto poi si mette a posto con Photoshop, a cosa si potrebbe arrivare? Quale sarà la progettualità a monte delle immagini se tanto poi anche al parametro messa a fuoco sarà arbitrariamente attribuibile un valore a valle del processo di acquisizione? 

Sia chiaro che questa non vuole essere una tirata contra tecnologia, ma semplicemente uno spunto per riflettere (senza la pretesa di offrire risposte) sulle conseguenze derivanti dall'impiego massivo di una tecnologia di questo tipo. A mio avviso il rischio, più o meno remoto, è quello che l'insieme di fattori, cui potrebbero contribuire anche le fotocamere panottiche, è quello di andare sempre più verso un'alienazione dell'immagine fotografica rispetto al suo referente. Considerazione che, ovviamente, è frutto del pregiudizio dettato dalla tecnologia sviluppata fino a oggi, che ha imposto e creato una forma fotografica in cui la rappresentazione del reale è stata comunque soggetta a una serie di convenzioni dettate dell'ottica e della fisica. Convenzioni, a ben guardare, abbastanza lontane dalla visione dell'occhio umano cui tante volte ci si è appellati nel corso dei nemmeno duecento anni di storia della fotografia. 

Dunque, il medium fotografia potrebbe realmente affrancarsi da un'altra porzione di quelle pastoie in cui, da sempre, è invischiato. Questo in che in sé potrebbe essere un risvolto decisamente positivo, ma dove porta? La visione fotografica sarò più vicina a quella dell'occhio umano o se ne distaccherà maggiormente? Nel primo caso per assurdo si potrebbe arrivare  a rivalutare il potere testimoniale dell'immagine fotografica. Nel secondo la fotografia potrebbe conquistare ulteriore libertà e autonomia come mezzo di espressione autonomo svincolato dal rapporto con il reale. Non pretendo certo di trarre conclusioni in merito, ma volevo solo lanciare un sasso nello stagno nella speranza di veder sollevare onde tumultuose di pensiero da parte di chi visita questa pagina. A voi la parola…

Per provare l'effetto prodotto dalla tecnologia Lytro cliccate sull'immagine 
per selezionare il punto di fuoco. (simulazione tratta dal sito Lytro)


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domenica 29 dicembre 2013

Condensazione e riconoscimento della forma madre



La doppia pagina di apertura dell'articolo dedicato alla lettura delle immagini che ho scritto
per IL FOTOGRAFO 256/gennaio 2014 in cui viene riassunta la griglia di analisi proposta
da Augusto Pieroni in Leggere la fotografia osservazione e analisi delle immagini fotografiche.
Il professor Augusto Pieroni in un suo volume di qualche anno fa (1), più volte citato in queste pagine, dedicato alla lettura delle immagini fotografiche, proponeva una griglia di analisi in cui tra le varie componenti si prendeva in esame la categoria da lui definita Forme. Con essa vengono definite le modalità con cui viene prodotta una fotografia e si suddivide in cinque fasi logiche fortemente interdipendenti. 
Normalmente l'approccio didattico con questa sezione nell'ambito dei corsi di approccio alla lettura delle immagini, risulta, ancorché trattata con discreta velocità, un po' noiosa per gli studenti. Questi infatti hanno la sensazione che l'elenco delle cinque fasi sia un po' sterile e tutto sommato un po' scontato. Solo l'esperienza li può portare a scoprire quanto siano fondanti gli elementi che si possono riscontrare in questa fase, tanto che la si consideri sotto il profilo della produzione, quanto sotto quello dell'analisi. La misura della sua importanza penso possa arrivare alle menti meno ottuse attraverso la lettura delle parole di Roberto Salbitani, riportate in un volume che ho letto ieri per realizzarne la recensione su IL FOTOGRAFO 257/febbraio 2013. Lo spazio consentito dalla rivista e la linea stabilità dall'Editore, non mi consentono divagazioni in questa direzione, per cui approfitto di questo spazio per riportare le parole di Salbitani. Spero possano essere di stimolo alla riflessione per molti, o almeno per chi ha voglia di mettersi elasticamente in discussione senza ancorarsi scioccamente alle parole e al loro mero portato tecnologico. 
Inoltre sottolineo che non cito queste parole come Vangelo, ma semplicemente come spunto di riflessione teorica. Altrimenti detto: non chiedo di essere d'accordo, ma nemmeno di bollare a priori quanto segue in quanto oggi si usa (o peggio IO uso) il digitale. Lo sforzo che chiedo è di analizzare le parole e comprenderne il senso per metabolizzarlo, rielaboralo e farlo proprio nella produzione e/o nella lettura delle immagini.

«Ho sempre sviluppato e stampato i miei negativi, com'è naturale mi pare (...). Il grado di controllo della tua stampa puoi deciderlo tu, se no è approssimazione o adattamento all'immagine di un altro (...). Ma la fase più importante di questo processo di condensazione presumeva la capacità di riconoscere in ripresa quei soggetti che più di altri potevano configurarsi in simboli (...) trattandosi di insiemi di cose ferme, spesso includenti elementi naturali, avevo tutto il tempo per osservarli da svariate angolazioni e circoscriverli fino a individuarne una forma madre, una forma inerente a una figura geometrica sottostante o a una sovrapposizione di figure forti anche se non sempre lasciavano trasparire una configurazione geometrica chiara, dai contorni evidenti. Successivamente in camera oscura realizzavo una stampa secondo una chiave in sintonia con le scelte già fatte. E poi c'è la selezione naturale tra le stampe più affini tra di loro. L'ultima fase del lavoro di condensazione riguardava la definitiva scelta delle immagini in ragione del loro meditato posizionamento all'interno di una sequenza fotografica» (2)




1 - Augusto Pieroni, Leggere la fotografia osservazione e analisi delle immagini fotografiche, EDUP, Roma, 2006 





2 - Roberta Valtorta, Roberto Salbitani, storia di un viaggiatore, Postcart, Roma, 2013
pag 61-62. Ripreso da Testo elaborato successivamente a un'intervista iniziata nel 2008 
e mai conclusasi di Fausto Raschiatore, a Roberto Salbitani, stampa da documento pdf dell'autore; pag.37.











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venerdì 27 dicembre 2013

L'eco della fotografia africana



A sinistra foto di Seydou Keïta, a destra foto di Rainer Elstermnn.

La frequentazione del web offre a volte interessanti stimoli di riflessione. Poco fa, ad esempio, sono capitato sul sito del fotografo tedesco Rainer Elstermann. Che si tratti di un valido professionista è indubbio, che il suo stile incontri il mio gusto invece è assai discutibile, ma suppongo che quest'ultimo non costituisca argomento di particolare interesse per il mondo. La cosa che invece trovo interessante è che tra i suoi ritratti ce n'è un gruppo realizzato in Africa. Un po' di ricerche mi hanno svelato che si tratta di fotografie scattate in Kenya a Karen, ai piedi delle colline Ngong. Elstermann qui ha trovato un piccolo studio in cui gli emigrati si facevano ritrarre per inviare a casa le immagini della loro nuova condizione. Memore dell'esperienza di Irving Penn a Cuzco, Elstermann, decide di affittare per qualche giorno lo studio e riprendere la popolazione locale utilizzando abiti e accessori recuperati. O almeno questa è la versione ufficiale (che tende a essere un po' meno credibile se si osserva la precisione e la disinvoltura di alcune pose e delle acconciature. Ma poco importa non è questo l'aspetto interessante). La cosa che colpisce è come al di là delle fisionomie dei soggetti rappresentati nelle immagini siano evidenti le tracce di fotografi come Seydou Keïta o Malick Sibidé tanto per citare i due nomi più famosi. Ora in un mondo culturale formalmente euro-america centrico (intendendo per America in particolar modo gli Stati Uniti) è abbastanza singolare che un autore europeo finisca per rifarsi a stilemi tratti dalla fotografia africana mutandoli con influenze più o meno modaiole. Soprattutto però è interessante che la fotografia guardi (sia pure in ritardo) all'Africa come già hanno fatto molto tempo prima pittura, scultura e musica.


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mercoledì 25 dicembre 2013

Un infernale paradiso beneventano


Palazzo Paolo V, Benevento. I lavori di imbiancatura della sala espositiva.
© Angelo Orsillo/Accademia di fotografia Julia Margaret Cameron.
La fotografia in Italia non è trattata con la dovuta considerazione!
Vero.
Nel nostro Paese non si fa mai una mostra curata in modo decente!
Falso.
Lo so sembra una tesi difficile da sostenere, soprattutto quando ci si confronta con l'offerta di enti e istituzioni ai massimi livelli, che troppo spesso riesce a essere solo l'ennesimo elogio all'incompetenza. Eppure eccezioni ce ne sono, anche se bisogna andarsele a cercare dove meno te le aspetteresti. In questo 2013 che volge al termine mi è capitato di vedere qualcosa di molto buono a Bologna, dove è stato fatto uno sforzo davvero notevole per offrire alla città una serie di mostre ben organizzate e ad alto livello. Ma dietro c'era lo zampino, tutt'altro che occultato, di Arles e della sua provata organizzazione.
Ma ci sono anche piccole realtà, in luoghi troppo spesso dimenticati dai grandi giri della cultura italiana, in cui avvengono dei piccoli miracoli.
Palazzo Paolo V, Benevento. Si sballano le fotografie per ultimare l'allestimento. 
© Angelo Orsillo/Accademia di fotografia Julia Margaret Cameron.
Un paio di giorni fa ero a Benevento per la mostra Inferno: tra mito e realtà. Quando sono arrivato in città, il giorno precedente all'inaugurazione, ho notato subito un certo nervosismo all'interno dell'organizzazione. L'Assessorato alla Cultura del Comune di Benevento aveva infatti concesso l'utilizzo delle sale di Palazzo Paolo V, magnifico edificio in corso Garibaldi nel pieno centro del capoluogo sannita, ma il problema erano le condizioni in cui le mura erano state lasciate da chi ne aveva usufruito precedentemente. Buchi sui muri, pezzi di nastro adesivo, macchie varie e sporcizie assortite: uno spettacolo indecoroso per una mostra di qualità. Ora potete facilmente immaginare come scoprire tutto questo ad appena un giorno dall'inaugurazione possa essere una sorpresa in grado di abbattere il più tosto degli allestitori e il più incallito dei curatori. 

Accademia di fotografia Julia Margaret Cameron, Benevento. Sandro Iovine (a sinistra) e Antonio Manta
(a destra) selezionano
, tra quelle realizzate durante il workshop tenuto dallo stesso Manta, 
le immagini da trasformare in Polaoro, incorniciare ed esporre. 
© Angelo Orsillo/Accademia di fotografia Julia Margaret Cameron.
A Benevento però è prevalso l'antico orgoglio sannita. L'organizzazione a cura dell'Accademia di Fotografia Julia Margaret Cameron, fondata e diretta da Angelo Orsillo, ha risolto tutto andando a comprare vernice, secchi, rulli e tute e mettendo i suoi soci al lavoro per ripristinare le pareti della sala. Risultato? La mattina successiva tutto aveva preso l'aspetto degno della funzione che avrebbe dovuto esercitare. Certo, c'erano ancora da montare quasi novanta stampe di formati assortiti, dalle Polaroid prodotte durante il workshop condotto da Antonio Manta alle gigantesche stampe di Davide Conti. Ovviamente con meno di mezza giornata a disposizione... In tutta sincerità vedendo la situazione all'alba del 21 dicembre, giorno dell'inaugurazione, io per primo ho valutato l'impresa abbastanza disperata. In Accademia tra l'altro dovevano ancora essere selezionate le trenta immagini Polaroid da portare in mostra. Non solo, perché queste dovevano essere anche aperte una per una e trasformate in Polaoro prima di essere incorniciate.

Palazzo Paolo V, Benevento. Un momento dell'inaugurazione della mostra Inferno: tra mito e realtà.
Da sinistra Angelo Orsillo, Ilaria Rossi, Fabiana Peluso e Sandro Iovine. 
© Luca Adame Lombardi.
Eppure la calma regnava sovrana, a onta della milanesissima frenesia che stava assalendo il sottoscritto (quindici anni tra le nebbie segnano chiunque... mi perdonino, se possono, i miei concittadini). Eppure il miracolo è avvenuto. La sera alle 17 si è inaugurata la mostra e tutto era a posto per accogliere la gran folla venuta a visitare la mostra. Nel fare i miei più convinti complimenti a tutta l'organizzazione per aver saputo risolvere tutti i problemi, compreso il rifacimento di parte dell'impianto elettrico preposto all'illuminazione da parte di un ineffabile Vincenzo Cillo, mi permetto di rendere un particolare omaggio al lavoro di Italo Di Iasio che da solo e in appena tre ore e qualcosa ha montato l'intera mostra (poco meno di novanta fotografie di vari formati e con disposizioni condizionate dalla tipologia delle immagini... non dimentichiamolo...). 

Palazzo Paolo V, Benevento. L'allestimento è terminato e si può inaugurare. 
© Antonio Caporaso.
Per concludere quella di Benevento è stata un'esperienza esaltante sotto il punto di vista dell'efficienza, con buona pace dei sostenitori della superiorità del nord in questo campo, arricchita anche dalla indubbia qualità delle opere esposte. Ottimo il lavoro prodotto dall'Accademia con le Polaroid fatte utilizzare da Antonio Manta per recuperare la sensibilità alle emozioni estemporanee nel racconto della città. Inutile sottolineare la qualità di 19mq d'inferno dello stesso Manta, un lavoro che già è stato possibile apprezzare numerose volte. Di grande rilievo anche il lavoro di Paolo Pagni che ha affrontato una riflessione profonda e a più livelli sul medium manipolando le polaroid e poi stampando al platino-palladio le acquisizioni delle stesse. Un discorso che meriterebbe altri spazi di riflessione teorica che non escludo di concedermi in futuro. Infine un cenno alle straordinarie immagini di Davide Conti che, partendo da un approfondito studio sulle storia dell'arte, ha attualizzato in fotografia le tematiche classiche della rappresentazione occidentale. Un altro lavoro che meriterebbe ben altri spazi di trattazione per poter essere apprezzato nella sua complessità. 
Non penso che questa mostra cambierà la storia della fotografia ovviamente, ma una volta tanto posso dirmi contento di aver avuto un piccola, grande, bella storia di passione e fotografia di quelle che fan bene sotto Natale. 
A proposito auguri a tutti!




La mostra

Inferno: tra mito e realtà 
Accademia Julia Margaret Cameron 
Davide Conti 
Antonio Manta 
Paolo Pagni
21 dicembre 2013 - 8 gennaio 2014
Palazzo Paolo V
Corso Garibaldi - Benevento


Inferno: tra mito e realtà 


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giovedì 10 ottobre 2013

O tempora, o ribes!


È una vecchia battuta da avanspettacolo, spesso ripresa nell'ora di ricreazione nei licei, che fa il verso in modo non proprio acuto all'espressione latina O tempora, o mores, che a sua volta allude al decadimento dei costumi. Probabilmente a breve si trasformerà in una verità riportata da qualche serio quotidiano, quantomeno nella versione on-line. Quello cui  stiamo assistendo ormai da anni è il crollo verticale se non della cultura di base, quantomeno della cura con cui si assolve ai ruoli professionali. La cosa è, in parte,  comprensibile considerata la pressione esercitata dalle case editrici sulle redazioni (e posso assicurare per esperienza personale di questo periodo che non è certo questione da poco...), ma non per questo può essere giustificata. Ecco due esempi, ininfluenti in sé, ma sintomatici, tratti dalla odierna lettura, distratta, dei due maggiori quotidiani italiani in edizione on-line.
Nella Home Page di La Repubblica c'è ancora oggi un articolo sul cinquantenario della tragedia del Vajont, in cui si rimanda a un video con i filmati realizzati da «da Zoilo Da Vià e pubblicati da suo figlio Massimo sul proprio profilo Facebook». Le brevi note di presentazione proseguono con un virgolettato preso dal citato profilo Facebook. L'esordio è «La mattina presto di un 10 ottobre di 50 anni fa mio padre prese una cinepresa super8 dal negozio»... Poco sopra, nel titolo che attribuisce una collocazione spaziale e temporale alle riprese c'è scritto «Longarone, 10 ottobre 1963», data che rende improbabile che le riprese siano state effettuate con una cinepresa Super8, in quanto il formato è stato presentato quasi due anni dopo (aprile 1965) da Kodak. Senza contare che alcuni bagliori durante la visione del filmato potrebbero tranquillamente far pensare a un cambio di rullo formato 8mm o Doppio 8 che dir si voglia.
Spero sia inutile sottolineare che l'errore in sé è insignificante ai fini di quanto narrato e scompare di fronte alla tragedia che l'articolo vuole commemorare. In altre parole non cambia nulla a nessuno, ma è sintomatico di un atteggiamento (malcostume?) professionale in cui il copia-incolla da fonti non verificate e tutt'altro che certe, quali Facebook, è diventata praticamente una regola. Come se un social network non fosse per definizione un luogo in  cui il primo idiota in circolazione può spacciare per verità assolute le sue più farneticanti allucinazioni. 
Secondo esempio. Stavolta è il Corriere della Sera sempre versione on-line che ci regala uno splendido titolo, grazie al quale abbiamo la certezza che nelle scuole dell'obbligo la lingua italiana è stata finalmente abolita per manifesta inutilità. Sinceramente mi chiedo come sia possibile che su quella che si può indubbiamente considerare la testata storica del giornalismo italiano possa comparire in un titolo un accento sbagliato sulla terza persona singolare del verbo essere.
Sia chiaro che tutti possono sbagliare, lo facciamo tutti e come ricorda la saggezza popolare gli unici a non commettere errori sono quelli che non fanno nulla. Queste righe non vogliono essere un atto di accusa nei confronti di nessuno, anche perché ci sono cose davvero ben più gravi nell'aria. Ma la mancanza di cura in ciò che si fa, la superficialità, la mancata verifica dell'esattezza di ciò che si decide di pubblicare è specchio e motore della situazione storica in cui versa il nostro Paese. Dovremmo riuscire a ricordarci tutti che è necessario impegno per uscire dal pozzo in cui ci siamo cacciati e che il paese dei balocchi in cui tutto è bello e possibile senza sforzo è solo un'illusione del Lucignolo di collodiana memoria e forse di qualche imprenditore-statista. 
La fraintesa frequentazione della rete ha indotto troppi a pensare che tutto sia solo velocità e semplicità, che i contatti virtuali siano reali e che tutto questo probabilmente autorizzi a spegnere definitivamente i cervelli. Se così non fosse sarebbe inspiegabile perché gli utenti di una pagina si mettano a chiedere informazioni che sono tranquillamente deducibili solo cliccando il link sovrastante. Ottenere un qualsiasi risultato costa fatica, quasi sempre e non ci sono scorciatoie (Natura non facit saltus). Per ottenere risultati occorre impegno. Anche se a volte può essere sufficiente anche solo accendere il cervello. 
Come dicevo prima non sono parole rivolte verso (e tantomeno contro) qualcuno, ma queste righe vogliono essere solo una nota che dedico prima di tutti a me stesso prima di trovarmi anche io a scrivere da qualche parte (e stavolta seriamente): O tempora, o ribes.

martedì 26 marzo 2013

No, a Travaglio proprio non vorrei dar ragione!


So di non risultare particolarmente simpatico alla maggioranza delle persone. E non me ne sono mai dato peso oltre una certa misura, quantomeno in tutti quei casi in cui avrei dovuto rinunciare a esprimere il mio pensiero . Sono altresì cosciente che quello che sto per scrivere non farà altro che consolidare la convinzione negativa nei miei confronti. Pazienza, almeno stavolta avrete ragione a pensare male.
Giusto ieri, grazie all'omaggio non richiesto di non ricordo quale aggregatore di notizie, mi sono trovato sotto gli occhi un pezzo di Marco Travaglio che trovate qui. Premetto che Travaglio è un personaggio che mi suscita irritazione a livello epidermico e sul quale è penalmente opportuno che non espliciti in toto il mio pensiero. 
Vorrei però citare l'incipit del suo pezzo: «Più leggo certi commenti sulla mia pagina Facebook e sul mio blog, più mi viene voglia di chiuderli e di dare ragione a chi paragona i social network alle pareti dei cessi pubblici». 
Prese le debite distanze lessicali e fatte le dovute proporzioni tra l'attenzione che può raccogliere un Marco Travaglio e quella minima che può mettere insieme un Sandro Iovine, mi è davvero difficile non concordare. 
Questo blog ha avuto una lunga lunghissima pausa proprio perché il suo estensore si era un po' saturato quegli organi inutilmente (nel suo caso) preposti alla produzione di spermatozoi. Sì, francamente mi sono proprio stufato di scrivere cane e sentirmi replicare che sto parlando di pastasciutta. Mi sono stufato di vedere abbassare il livello della conversazione a livelli infimi, solo perché non ci si prende la briga di prendere in considerazione che chi scrive possa ragionare su un altro piano. Mi sono stufato di veder slittare continuamente il piano dalla comunicazione dal contenuto alla relazione
Non mi dispiace ricevere critiche o manifestazioni di dissenso rispetto a ciò che scrivo o penso. La critica sono e sarò sempre convinto che sia un caposaldo imprenscindibile per il dialogo e la crescita di tutti, a iniziare dal sottoscritto. Quello che mi lascia sempre basito è la mancanza di pertinenza, il divagare ondivago, umorale e in linea di massima non costruttivo di chi fraintende del tutto l'argomento per pura mancanza di attenzione. Oppure di chi  prende una tangente che nulla ha a che vedere con l’argomento trattato o infine di chi, fermandosi alla superficie, non riesce a percepire la presenza di sottotesti e riferimenti ben più corposi. 
Nel primo caso ricordo con Travaglio (ahimè) che la lettura di questo blog non avviene sotto prescrizione medica. È certo un atto assai gradito all'estensore del medesimo, ma non obbligatorio, come tutt'altro che obbligatorio è l'esprimere concetti non pertinenti. 
Nel secondo invito a provare a rileggere con attenzione almeno due volte quando qualcosa non vi trova d'accordo. Dopo se proprio non potete farne a meno insultatemi pure. Purché  siate certi che ciò si addica alla situazione, ma per favore fatelo solo dopo aver compreso di cosa si sta parlando. Se avete poi avete dei dubbi chiedete liberamente e vi sarà chiarito tutto quel che richiede una spiegazione. 
Nel terzo caso non so nemmeno che dire, se non consigliare di cancellarsi immediatamente da Facebook, spegnere la televisione e riprendere in mano qualche libro di spessore (non fisico, ma culturale) ... hai visto mai che avvenga il miracolo?
Il guaio è che aver ricominciato a postare due righe messe in croce ha visto riproporsi il problema con vigore ancora maggiore di prima. 
Certo mi rendo conto che, a fronte del dilagare di fenomeni come l’analfabetismo di ritorno, sono perfino pochi quelli che mettono in mostra la loro scarsa capacità di decodificare un testo scritto. Molti di più quelli che osservano in un più dignitoso silenzio o intervenendo con coerenza rispetto al tema. 
Questi ultimi approfitto per ringraziarli pubblicamente dal profondo del cuore per la vicinanza e la partecipazione che dimostrano.
Agli altri mi sento di chiedere di leggere con attenzione prima di esprimersi con modalità che depongono quasi sempre solo a favore dello sviluppo di un pregiudizio negativo nei loro confronti. 
Ve lo chiedo non foss'altro per tentare di non rendere ineluttabilmente condivisibile la sgradevole conclusione del pezzo di Marco Travaglio, che non vi ripropongo per una forma di rispetto, ma che se siete interessati a conoscere potete trovare al link su indicato.
Grazie per aver sopportato questo sfogo. A più interessanti dialoghi nel prossimo futuro.

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martedì 19 marzo 2013

Piccoli fatti e mugugni senza speranza

L'immagine che accompagna la promozione del concorso fotografico dedicato alle insegne in francese presenti nella città di Napoli, promosso dall'Institut Français de Naples.
Il mugugno non è appannaggio esclusivo dei liguri, che pure ne alimentano con fierezza e orgoglio i fasti. Il mugugno (ovvero quel lamentarsi continuo e insistente, ma mai urlato e risolutorio, quanto piuttosto rassegnato) è proprio anche di chi si occupa di fotografia. Del resto il ruolo di quest'ultima è perennemente subalterno (ecco un esempio pratico di mugugno fotografico per chi non fosse pratico) a qualche altra cosa o finalità. La fotografia è quasi sempre strumentale e ancor di più lo è quando la si utilizza per promuovere qualcosa all'interno di iniziative di dubbia condivisibilità (altro mugugno fotografico). In questo risveglio che ha preceduto l'odioso gracchiare della sveglia, a turbarmi, rendendo astiosa la giornata prima ancora che inizi (questo invece è mugugno personale, un po' più vicino a quello ligure forse), è un'iniziativa dell'Institut Français de Naples.
Si tratta di un concorso fotografico in cui i partecipanti dovrebbero a andare a caccia delle insegne in lingua francese reperibili sul territorio del capoluogo partenopeo.
A meno di non pensare completamente incapaci di intendere e di volere i responsabili di cotanta iniziativa, credo si possa individuare la motivazione nella volontà di attirare l'attenzione sulla presenza della lingua francese sul territorio, così da produrre una sorta di indotto alle attività meritorie dell'Istituto. Merita ammirazione lo sforzo creativo di chi ha redatto il bando, arrotolandosi intorno a una labile traccia nel tentativo di conferire dignità culturale all'iniziativa. Meno ammirazione mi suscita il coinvolgimento di personaggi nobili del mondo della fotografia italiana nei confronti dei quali per altro nutro enorme stima personale. Ghiotto comunque, per chi si occupa di fotografia, il primo premio (un soggiorno gratuito di sei giorni ad Arles durante i Rencontres). 
Non è ipotizzabile che ci si illudadi ottenere qualcosa di significativo sotto il profilo della forma fotografica, soprattutto rivolgendosi a un pubblico generico. Al massimo si può pensare di mettere in archivio qualche foto da utilizzare in iniziative future. In altre parole ancora una volta ci si rivolge alla fotografia in modo strumentale relegandola a una funzione subalterna e non autonoma. 
È una vecchia tradizione, assai trasversale, quella di organizzare un concorso fotografico quando non si hanno soldi e si deve animare qualcosa. La mettono in pratica le case editrici quando il genio del marketing della situazione propone immancabilmente di fare un concorso fotografico «così ci facciamo un archivio gratuito». La propongono immancabilmente gli assessorati dei comuni quando vogliono fare cultura a basso costo  perché poi «così ci facciamo un archivio gratuito». La esaltano le aziende perché «tanto le foto ormai e le fanno tutti» e poi «così ci facciamo un archivio gratuito».
Naturalmente che poi ci siano persone che producendo fotografie vivono e il cui lavoro andrebbe rispettato, non interessa a nessuno, perché tanto le fotografie nel sentire comune sono quel qualcosa senza valore che chiunque può fare. Che esista un concetto di professionalità legato alla fotografia è un pensiero che non sfiora nessuno o quasi a meno di non essere addetti ai lavori e anche in quel caso... e il mugugno continua...
Però, a pensarci bene, perché non ci inventiamo un bel concorso fotografico sulla condizione dei fotografi? Magari «così ci facciamo un archivio gratuito»...