martedì 26 marzo 2013

No, a Travaglio proprio non vorrei dar ragione!


So di non risultare particolarmente simpatico alla maggioranza delle persone. E non me ne sono mai dato peso oltre una certa misura, quantomeno in tutti quei casi in cui avrei dovuto rinunciare a esprimere il mio pensiero . Sono altresì cosciente che quello che sto per scrivere non farà altro che consolidare la convinzione negativa nei miei confronti. Pazienza, almeno stavolta avrete ragione a pensare male.
Giusto ieri, grazie all'omaggio non richiesto di non ricordo quale aggregatore di notizie, mi sono trovato sotto gli occhi un pezzo di Marco Travaglio che trovate qui. Premetto che Travaglio è un personaggio che mi suscita irritazione a livello epidermico e sul quale è penalmente opportuno che non espliciti in toto il mio pensiero. 
Vorrei però citare l'incipit del suo pezzo: «Più leggo certi commenti sulla mia pagina Facebook e sul mio blog, più mi viene voglia di chiuderli e di dare ragione a chi paragona i social network alle pareti dei cessi pubblici». 
Prese le debite distanze lessicali e fatte le dovute proporzioni tra l'attenzione che può raccogliere un Marco Travaglio e quella minima che può mettere insieme un Sandro Iovine, mi è davvero difficile non concordare. 
Questo blog ha avuto una lunga lunghissima pausa proprio perché il suo estensore si era un po' saturato quegli organi inutilmente (nel suo caso) preposti alla produzione di spermatozoi. Sì, francamente mi sono proprio stufato di scrivere cane e sentirmi replicare che sto parlando di pastasciutta. Mi sono stufato di vedere abbassare il livello della conversazione a livelli infimi, solo perché non ci si prende la briga di prendere in considerazione che chi scrive possa ragionare su un altro piano. Mi sono stufato di veder slittare continuamente il piano dalla comunicazione dal contenuto alla relazione
Non mi dispiace ricevere critiche o manifestazioni di dissenso rispetto a ciò che scrivo o penso. La critica sono e sarò sempre convinto che sia un caposaldo imprenscindibile per il dialogo e la crescita di tutti, a iniziare dal sottoscritto. Quello che mi lascia sempre basito è la mancanza di pertinenza, il divagare ondivago, umorale e in linea di massima non costruttivo di chi fraintende del tutto l'argomento per pura mancanza di attenzione. Oppure di chi  prende una tangente che nulla ha a che vedere con l’argomento trattato o infine di chi, fermandosi alla superficie, non riesce a percepire la presenza di sottotesti e riferimenti ben più corposi. 
Nel primo caso ricordo con Travaglio (ahimè) che la lettura di questo blog non avviene sotto prescrizione medica. È certo un atto assai gradito all'estensore del medesimo, ma non obbligatorio, come tutt'altro che obbligatorio è l'esprimere concetti non pertinenti. 
Nel secondo invito a provare a rileggere con attenzione almeno due volte quando qualcosa non vi trova d'accordo. Dopo se proprio non potete farne a meno insultatemi pure. Purché  siate certi che ciò si addica alla situazione, ma per favore fatelo solo dopo aver compreso di cosa si sta parlando. Se avete poi avete dei dubbi chiedete liberamente e vi sarà chiarito tutto quel che richiede una spiegazione. 
Nel terzo caso non so nemmeno che dire, se non consigliare di cancellarsi immediatamente da Facebook, spegnere la televisione e riprendere in mano qualche libro di spessore (non fisico, ma culturale) ... hai visto mai che avvenga il miracolo?
Il guaio è che aver ricominciato a postare due righe messe in croce ha visto riproporsi il problema con vigore ancora maggiore di prima. 
Certo mi rendo conto che, a fronte del dilagare di fenomeni come l’analfabetismo di ritorno, sono perfino pochi quelli che mettono in mostra la loro scarsa capacità di decodificare un testo scritto. Molti di più quelli che osservano in un più dignitoso silenzio o intervenendo con coerenza rispetto al tema. 
Questi ultimi approfitto per ringraziarli pubblicamente dal profondo del cuore per la vicinanza e la partecipazione che dimostrano.
Agli altri mi sento di chiedere di leggere con attenzione prima di esprimersi con modalità che depongono quasi sempre solo a favore dello sviluppo di un pregiudizio negativo nei loro confronti. 
Ve lo chiedo non foss'altro per tentare di non rendere ineluttabilmente condivisibile la sgradevole conclusione del pezzo di Marco Travaglio, che non vi ripropongo per una forma di rispetto, ma che se siete interessati a conoscere potete trovare al link su indicato.
Grazie per aver sopportato questo sfogo. A più interessanti dialoghi nel prossimo futuro.

AddThis Social Bookmark Button

martedì 19 marzo 2013

Piccoli fatti e mugugni senza speranza

L'immagine che accompagna la promozione del concorso fotografico dedicato alle insegne in francese presenti nella città di Napoli, promosso dall'Institut Français de Naples.
Il mugugno non è appannaggio esclusivo dei liguri, che pure ne alimentano con fierezza e orgoglio i fasti. Il mugugno (ovvero quel lamentarsi continuo e insistente, ma mai urlato e risolutorio, quanto piuttosto rassegnato) è proprio anche di chi si occupa di fotografia. Del resto il ruolo di quest'ultima è perennemente subalterno (ecco un esempio pratico di mugugno fotografico per chi non fosse pratico) a qualche altra cosa o finalità. La fotografia è quasi sempre strumentale e ancor di più lo è quando la si utilizza per promuovere qualcosa all'interno di iniziative di dubbia condivisibilità (altro mugugno fotografico). In questo risveglio che ha preceduto l'odioso gracchiare della sveglia, a turbarmi, rendendo astiosa la giornata prima ancora che inizi (questo invece è mugugno personale, un po' più vicino a quello ligure forse), è un'iniziativa dell'Institut Français de Naples.
Si tratta di un concorso fotografico in cui i partecipanti dovrebbero a andare a caccia delle insegne in lingua francese reperibili sul territorio del capoluogo partenopeo.
A meno di non pensare completamente incapaci di intendere e di volere i responsabili di cotanta iniziativa, credo si possa individuare la motivazione nella volontà di attirare l'attenzione sulla presenza della lingua francese sul territorio, così da produrre una sorta di indotto alle attività meritorie dell'Istituto. Merita ammirazione lo sforzo creativo di chi ha redatto il bando, arrotolandosi intorno a una labile traccia nel tentativo di conferire dignità culturale all'iniziativa. Meno ammirazione mi suscita il coinvolgimento di personaggi nobili del mondo della fotografia italiana nei confronti dei quali per altro nutro enorme stima personale. Ghiotto comunque, per chi si occupa di fotografia, il primo premio (un soggiorno gratuito di sei giorni ad Arles durante i Rencontres). 
Non è ipotizzabile che ci si illudadi ottenere qualcosa di significativo sotto il profilo della forma fotografica, soprattutto rivolgendosi a un pubblico generico. Al massimo si può pensare di mettere in archivio qualche foto da utilizzare in iniziative future. In altre parole ancora una volta ci si rivolge alla fotografia in modo strumentale relegandola a una funzione subalterna e non autonoma. 
È una vecchia tradizione, assai trasversale, quella di organizzare un concorso fotografico quando non si hanno soldi e si deve animare qualcosa. La mettono in pratica le case editrici quando il genio del marketing della situazione propone immancabilmente di fare un concorso fotografico «così ci facciamo un archivio gratuito». La propongono immancabilmente gli assessorati dei comuni quando vogliono fare cultura a basso costo  perché poi «così ci facciamo un archivio gratuito». La esaltano le aziende perché «tanto le foto ormai e le fanno tutti» e poi «così ci facciamo un archivio gratuito».
Naturalmente che poi ci siano persone che producendo fotografie vivono e il cui lavoro andrebbe rispettato, non interessa a nessuno, perché tanto le fotografie nel sentire comune sono quel qualcosa senza valore che chiunque può fare. Che esista un concetto di professionalità legato alla fotografia è un pensiero che non sfiora nessuno o quasi a meno di non essere addetti ai lavori e anche in quel caso... e il mugugno continua...
Però, a pensarci bene, perché non ci inventiamo un bel concorso fotografico sulla condizione dei fotografi? Magari «così ci facciamo un archivio gratuito»...

lunedì 23 luglio 2012

Che fa un uomo in tutù rosa? Ispira i poveri di spirito


Corn, 2010, The tutù Project, www.thetutuproject.com, © Bob Carey, 2010.
Lunedì mattina. Consueto giro dell'immediato dopo colazione sui Preferiti del browser, alla voce notizie. Home page de Il Fatto Quotidiano. Un'occhiata ai titoli. C'è n'è anche uno abbastanza bizzarro da attirare l'attenzione... e riguarda anche la fotografia: Cosa fa un uomo in tutù? Aiuta la ricerca contro il cancro. Il sommarietto recita: «Il fotografo americano Bob Carey si è immortalato vestito da ballerino in molte parti del mondo, compresa l'Italia. Motivo? Far nascere un reportage - ora diventato libro - per raccogliere fondi destinati alla lotta contro il tumore al seno. Lo stesso che ha colpito sua moglie»... Ci sono almeno due cose che mi fanno rabbrividire in queste appena 232 battute spazi compresi. La prima è il riflessivo si è immortalato... figlio di immortalare, verbo tipicamente impiegato da chi sapendo nulla di fotografia ritiene di impreziosire il proprio eloquio con il suo impiego arricchendo contemporaneamente di senso profondo l'altrimenti misero atto del fotografare.
Secondo motivo di perplessità l'uso del sostantivo reportage, che mi pare decisamente fuori luogo per un progetto declinato nei termini che è dato intendere dalle già citate 232 battute spazi compresi.
In ogni caso l'estensore dello strillo in home page è riuscito ad incuriosirmi. Clicco sul titolo e mi ritrovo sulla pagina dell'articolo e scopro il titolo completo Cosa fa un uomo in tutù rosa in mezzo al deserto? Aiuta la ricerca contro il cancro. Non sto nemmeno a riassumere la vicenda perché il pezzo di Viola De Sando è breve e scritto decisamente meglio del richiamo in home page. Ognuno poi valuti  come meglio crede l'opportunità, la validità e la credibilità in termini di onestà non solo intellettuale dell'iniziativa di Bob Carey. L'aspetto su cui vorrei puntare il dito è invece l'agghiacciante pochezza dei due commenti presenti fino al momento in cui scrivo. Il primo cronologicamente sfiora (sfiora è un modo di dire) il patologico e recita: «Perfetto,lui E' UN ARTISTA,dunque affrettiamoci ad escogitare un nuovo termine adatto alla figura di LEONARDO DA VINCI.Porre sullo stesso piano questa pazza con il geniale inventore resta solamente UN INSULTO!». 
A parte il livore non controllato e non controllabile dell'autore, evidenziato dall'utilizzo dei caratteri maiuscoli, è paradossale come partendo da un'affermazione arbitraria, si arrivi a creare un parallelo ancora più arbitrario e infondato per poi concludere che si tratta di un insulto!... Ora io non ho un livello di attenzione eccezionale quando leggo qualcosa, ma il termine artista mi irrita sufficientemente da riuscirmi evidente all'interno di un testo o di un discorso, ma nel testo di Viola De Sando non mi era proprio parso di trovarne traccia... per scrupolo in ogni caso un bel Mela+F regala qualche sicurezza in più. In realtà ci sono ben due artista nella pagina, ma sono entrambi nel commento illuminato di cui sto parlando. Idem per Leonardo che compare solo nel verbo di Florence e nell'elenco dei blogger precedendo il cognome Martinelli.
Secondo, per il momento, commento firmato Carlozen: «semplicemente ridicolo, con la scusa di aiutare la ricerca sul cancro». Mancano solo tre puntini di sospensione in fondo per avere la certezza che si tratti di un commento non sul lavoro del fotografo, bensì sui sui orientamenti sessuali. E poi se la prendono con il povero Cassano... Certo due utenti non fanno media, ma fa riflettere che gli unici due che hanno passato il prefiltro redazionale, siano commenti i autori non si sono nemmeno posti il problema di affrontare il lavoro del fotografo in quanto tale, criticandolo o approvandolo, ma si sono in compenso preoccupati in forma nemmeno troppo velata di difendere una visione aprioristica di ciò che si deve o non deve fare. 
Mi viene in mente un convegno di belle speranze e poca partecipazione cui ho partecipato sabato scorso, dove ci si affannava a promuovere scambi culturali a livello fotografico verso l'Europa dell'Est, ma nessuno sembrava interessato a chiedersi se il nostro pubblico sia in grado affrontare impegni di questo tipo. 
Per quanto non riferibili direttamente alle tematiche del convegno, temo proprio che i due commenti al pezzo di Viola De Sando, possano costituire l'ennesima triste riprova circa la fondatezza della preoccupazione che ho espresso nel corso del mio intervento in sede di convegno. L'unica conclusione che mi viene in mente è una scontata citazione che preferisco lasciarvi nella sua versione originale...





AddThis Social Bookmark Button

mercoledì 27 giugno 2012

ARTinBOSCO 2012: una geniale ecofotofollia

ARTinBosco 2012: ottanta opere esposte nel bosco lungo la riva sinistra del fiume Lemene.
Capita spesso, a chi incautamente si avventura per queste pagine, di essere testimone delle lamentazioni del sottoscritto dirette alla volta di questa o quella manifestazione più o meno pessimamente riuscita. Ebbene l'argomento di questo intervento è la classica eccezione che in modo proverbiale conferma la regola. Qualche settimana fa sono stato sulle rive del Lemene a Boldara di Gruaro in provincia di Venezia dove si inaugurava ARTinBOSCO 2012, una mostra fotografica realizzata all'interno di un bosco con esposte opere di autori di levatura internazionale. A dispetto della  storia relativamente recente della manifestazione, siamo arrivati quest'anno alla terza edizione, il lavoro che c'è dietro vede le sue origini almeno una ventina di anni fa, con l'arrivo in zona di Claude Andreini, fotografo, artista e fisioterapista vulcanico e sempre pronto a far baruffa (per usare una sua eufemistica espressione che sottointende la poco diplomatica incapacità di porre limiti a quell'irruenza costantemente alimentata da un innato senso di giustizia). Acquistata una casa nei pressi del Molino di Boldara, decide che lo stato della natura nei dintorni è inaccettabile e per oltre venti anni, tra mille difficoltà e incomprensioni, crea, con l'aiuto di un architetto paesaggista, un piccolo paradiso lungo poco più di un chilometro lungo la riva sinistra del Lemene. Per chi volesse saperne di più qui si può scaricare un documento pdf con tutte le informazioni relative alla nascita del Parco e alle difficoltà incontrate da due decenni a questa parte per la sua conservazione.
Un momento dell'inaugurazione di ARTinBosco 2012 al Molino di Boldara il 26 maggio 2012.
E proprio in questo splendido luogo trova spazio la mostra organizzata dall'Associazione Un bosco per Boldara, dal GAZZ (Gruppo Artisti Zona Zero) e da image.Tif. In tutto si tratta di un'ottantina di immagini stampate su forex che rimangono esposte tra gli alberi lungo il percorso all'interno del bosco che costeggia il fiume. Gli autori presenti alla Terza edizione sono il già citato Claude Andreini, Marco Bettini, Richard Lucas, Roberto Kusterle, Knut Wolfgang Maron, Euro Rotelli, Roberto Salbitani, Giorgio Zuppichin.
Non voglio nemmeno provare a raccontare in cosa consiste l'esperienza di visitare una mostra passeggiando all'interno di un bosco. Abituati come siamo ai cosidetti luoghi deputati o istituzionali che dir si voglia, si rischia di rimanere un po' destabilizzati all'inizio. Ma poi colpisce il modo in cui le immagini scelte si integrano nell'ambiente in cui sono esposte, creando un'atmosfera magica. Sarà il vento che fa spostare le stampe insieme alle foglie, il rumore dell'acqua che ti scorre alle spalle o il cinguettio degli uccelli che ti circondano, ma si tratta di un'esperienza che consiglio vivamente tanto a chi ama la fotografia quanto a chi, non dico ami, ma almeno rispetti la Natura.
A chi deciderà di recarsi a Boldara consiglio di provare a pensare quale e quanto grande sia stato e continui ad essere lo sforzo, non solo economico, compiuto quotidianamente da pochi privati pieni di passione. Questi prima hanno creato e poi mantenuto il luogo nello stato in cui potete ammirarlo, nonostante l'incuria di molti fruitori e, a volte, persino delle istituzioni, pronte comunque a sostenere che in loco la nautra si sia conservata da sola. Nel breve video pubblicato qui sotto potete ascoltare direttamente dalla voce di Claude Andreini quali sono i principi ispiratori della manifestazione.


Qui potete assistere alla cerImonia di inaugurazione che si è svolta presso il Molino di Boldara lo scorso 19 maggio, mentre nel video qui sotto potete invece ascoltare il mio intervento nella stessa occasione.



AddThis Social Bookmark Button

domenica 10 giugno 2012

Giornalismo e centri sociali: un pericolo da allontanare?

InfoOut è un portale di informazione che si autodefinisce, nella sua stessa testata, di parte. Legato con chiara evidenza ai centri sociali di sinistra ha redazioni ha Torino, Bologna, Palermo, Pisa e Modena, fornisce una lettura dei fatti ideologica e come tale non certo necessariamente condivisibile. Ma, fino a prova contraria il dettato costituzionale garantisce ai tutti i cittadini libertà d'espressione, financo ai rappresentanti di estrema sinistra o di estrema destra. Lo scorso 7 giugno, in occasione della visita del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ai terremotati di Mirandola in provincia di Modena, due ragazzi, di cui uno con indosso una maglietta del centro sociale Guernica di Modena, si sono accreditati come giornalisti per seguire l'evento e darne il loro resoconto. Ricevuto senza problemi il passi stampa sono stati, in seguito, allontanati dalle forze dell'ordine secondo le modalità documentate dal video pubblicato su Youreporter.it
L'episodio è questo, sia pur con tutta la parzialità offerta da un video. Ognuno ne tragga le conclusioni che la personale dotazione di buon senso suggerisce. Di sicuro a cercarle si possono trovare ottime ragioni a sostegno delle ragioni di entrambe le parti in causa, tanto quindi per i due ragazzi accreditatisi per InfoOut quanto per i rappresentanti delle forze dell'ordine. Di sicuro sarebbe stato più sagace, sotto il profilo professionale, evitare di accrescere la propria visibilità indossando la T-shirt del Guerinca...
Altrettanto di sicuro quando si assiste a episodi di limitazione della libertà di espressione (vedi anche questo vecchio post), credo sia doveroso fermarsi a riflettere sull'accaduto. Qualcuno potrebbe anche pensare, con una buona dose di superficialità, che l'episodio romano citato sia poco attinente con quello oggetto in questo post. Oppure che entrambi siano di scarsa rilevanza in quanto limitati a un contesto di eccezionalità. Io penso che purtroppo invece ogni limitazione alla libertà di fotografare o di documentare più in generale non possa e non debba mai essere ignorata, proprio come quelle piccole feritelle che se non disinfettate adeguatamente possono portare gravi infezioni a chi le trascura. Anche perché fin troppo spesso si relegano i fatti a contingenze che meriterebbe di essere valutate in ambiti di maggiore respiro. Il non farlo può tornare utile solo a chi il potere lo detiene. Indipendentemente da quale sia il colore di facciata in nome del quale viene esercitato.

AddThis Social Bookmark Button

sabato 9 giugno 2012

Quando Hollande fa rima con Pays-Bas

La foto ufficiale di François Hollande con la bandiera
olandese sullo sfondo.(2012, photo: Raymond Depardon/
La Documentation Française/Magnum Photo).
 
Ne avevo parlato qui pochi giorni fa. Alludo alla realizzazione a opera di Raymond Depardon della foto ufficiale di François Holland, neoletto Presidente della Repubblica francese. Per amor di Francia e in memoria degli splendidi lavori realizzati dal grande fotografo mi ero limitato a commentare che aveva fatto cose migliori nella usa carriera, omettendo di trasferire la sensazione trasmessami dal video pubblicato da Le Monde che l'uomo Depardon si fosse un po'... rimbambito. Sensazione che, dettata dall'umano desiderio di sentirmi meno solo nella mia condizione, stamattina per un po' mi è apparsa meno impropria alla luce di un articolo di Stefano Montefiori dedicato al clamore che la foto starebbe suscitando oltralpe. Inutile dire che essendo ormai conclamatamente un (bel) po' rimbambito non avevo minimamente notato la fesseria gallicaIn Francia però come è ovvio si sono ben accorti che la bandiera sullo sfondo a destra del Presidente non è quella francese, bensì un bel tricolore olandese ben visibile a destra della bandiera europea. 
Le bandiere francese, a sinistra, e olandese, a destra, a confronto.
L'attento Stefano Montefiori, corrispondente del Corriere della Sera da Parigi, sul suo blog Superdupont evidenzia la gran cantonata sottolineando inoltre almeno un paio di infrazioni alle norme codificate per il ritratto di monsieur le présidentovvero che in primo luogo la bandiera presente nel ritratto non avrebbe dovuto essere appesa a un palazzo e non avrebbe dovuto toccare il suolo in modo da poter sventolare e in secondo che la bandiera avrebbe dovuto essere unita al suo supporto in verticale. Ma a scagionare il buon Depardon e la presunta assenza di lucidità che gli avevo troppo frettolosamente attribuito  provvede lo stesso Montefiori spiegando che le bandiere in realtà sarebbero state aggiunte in fase di fotoritocco... Il che  rende forse più comprensibile (fino a un certo punto) la meccanica dell'errore, ma molto meno permette di giustificarlo visto che si tratterebbe di una operazione fatta con calma a tavolino.
Ma l'aspetto peggiore a livello personale dopo le fugaci illusioni mattutine è il fatto che, scagionato Depardon, io rimarrò in balia della mia solitudine alzheimeriana.

AddThis Social Bookmark Button

giovedì 7 giugno 2012

E saranno felici, perché fatti di questo genere sono sempre gli stessi

Sei in macchina. L'autostrada scorre tranquilla sotto i pneumatici. La radio accesa ti regala l'illusione di poter sfuggire alla noia del percorso  abituale. La tua vita scivola tranquilla mentre la gomma si consuma sull'asfalto e il carburante si trasforma in polveri sottili, quando proprio tramite la radio  la cronaca irrompe irrompe nel guscio di metallo e ti riporta alla realtà. Lo ha fatto anche ieri sera, più o meno a metà strada tra Milano e Varese, annunciando la morte del novantunenne Ray Bradbury a Los Angeles. E subito la memoria ne ha approfittato per fare uno di quei suoi brutti  scherzi. Quelli per cui all'improvviso ti ritrovi ad avere circa dieci anni e stai con una rivista aperta in mano fervente di desiderio per quel libro la cui copertina continua a chiamarti da un quartino di pubblicità: Cronache marziane. L'immagine promette mirabilie in una voluminosa edizione Mondadori. E ti ricordi di averlo chiesto a gran voce fino ad ottenerlo da mia zia commiserevole, tra i mille dubbi bigotti di un padre e una madre che sol che la legge gliel'avesse permesso, avrebbero annichilito le gesta di Torquemada. Figuriamoci se il sospetto non poteva invaderli di fronte a qualcosa di non conosciuto e consacrato dalla tradizione. Ti ricordi di esserci rimasto un po' male perché non era l'edizione promessa dalla pubblicità, ma lo avevi letto lo stesso. E ti era rimasto scolpito nella mente. Certo la lettura dell'epoca non poteva che essere superficale, ma ugualmente avevi rozzamente intuito che potesse parlare della natura umana pur non essendo solo un autore di fantascienza. E mentre le ruote girano e la notizia si è volatilizzata nell'aria ti rendi conto di aver impiegato parecchi anni a smettere di considerare questo genere inferiore e probabilmente solo il tardivo incontro con le pagine di Philip K. Dick era stato decisivo in questo senso. Allora avevi compreso che andando alla ricerca dei sottotesti, spesso assai palesi a meno di non soffrire di qualche pesante deficit dell'attenzione, si poteva scoprire una lucidità a volte profetica rispetto all'evoluzione della nostra società e delle nostre abitudini. Farhenait 451, ricordi ancora l'avevi scoperto più tardi, all'epoca del liceo.
All'indomani della scomparsa del suo autore, ti piace davanti alla tastiera del computer ricordarne uno dei tanti passi agghiacciantemente profetici riprendendolo dalla consunta edizione col prezzo ancora in lire (1.200 per la precisione) che da più di trent'anni anni ti accompagna fedele.
L'hai letto la prima volta in quarto ginnasio, ma le tesi che espone ti sei ritrovato a doverle affrontare e studiare scientificamente in un'aula di Scienze Politiche cinque anni dopo.
I decenni successivi ti hanno, invece, regalato la possibilità di vedere tutto realizzarsi nella quotidianità.

«Per fortuna, eccentrici come lei se ne incontrano pochi. Sappiamo come correggerli fin da quando sono ancora piccini. Non puoi costruire una casa senza chiodi e legname. Se vuoi che la casa non si costruisca, fa' sparire chiodi e legname. Se non vuoi un uomo infelice per motivi politici, non presentargli mai due aspetti di un problema, o lo tormenterai; dagliene uno solo; meglio ancora, non proporgliene nessuno. Fa' che dimentichi che esiste una cosa come la guerra. Se il governo è inefficiente, appesantito dalla burocrazia e in preda al delirio fiscale, meglio tutto questo che non il fatto che il popolo abbia a lamentarsi. Pace, Montag. Offri al popolo gare che si possono vincere ricordando le parole di canzoni molto popolari, o il nome delle capitali dei vari Stati dell'Unione o la quantità di grano che l'Iowa ha prodotto l'anno passato. Riempi i loro crani di dati non combustibili, imbottiscili di "fatti" al punto che non si possano più muovere tanto son pieni, ma sicuri d'essere "veramente bene informati". Dopo di che avranno la certezza di pensare, la sensazione del movimento, quando in realtà sono fermi come un macigno. E saranno felici, perché fatti di questo genere sono sempre gli stessi. Non dar loro niente di scivoloso e ambiguo come la filosofia e la sociologia onde possano pescar con questi ami fatti che ch'è meglio restino dove si trovano. Con mi simili pescheranno la malinconia e la tristezza. Chiunque possa far scomparire una parete TV e farla riapparire a volontà, e la maggioranza dei cittadini oggi può farlo, sarà sempre più felice di chiunque cerchi di regolo-calcolatore,misurare e chiudere in equazioni l'Universo, il quale del resto non può esserlo se non dando all'uomo la sensazione della sua piccolezza e della sua bestialità e un'immensa malinconia. Lo so perché l'ho tentato anch'io; ma al diavolo cose del genere. Per cui, attàccati ai tuoi circoli sportivi e alle tue gite, ai tuoi acrobati e ai tuoi maghi, au tuoi rompicolli, autoreattori, motoelicotteri, donne ed eroina, e ad ogni altra cosa che abbiada fare coi riflessi condizionati. Se la commedia non vale niente, se il film non sa di nulla, se la musica è sorda, punzecchiarmi col pianoforte elettronico, fragorosamente. Io crederò di rispondere alla musica, quando invece si tratta soltanto di una reazione tattile alla vibrazione. Ma che m'importa? Tanto, a me piacciono i divertimenti solidi e compatti.»*


* Ray Bradbury, Fahreneit 451, gli anni della Fenice, Oscar Fantascienza Mondadori, Milano 1975; pag.94-96.

AddThis Social Bookmark Button

martedì 5 giugno 2012

Depardon realizza la foto ufficiale di François Hollande


François Hollande (2012, photo: Raymond Depardon/La Documentation Française/Magnum Photo ).
«C'est un cadeau» così Raymond Depardon ha commentato, ieri 4 giugno 2012, ai jardins de l'Elysée, la presentazione della fotografia ufficiale da lui realizzata al Presidente della Repubblica francese François Hollande. Nelle brevi dichiarazioni che hanno seguito la cerimonia Depardon racconta di aver ottenuto l'immagine utilizzando un solo rullo da dodici pose con una vecchia Rolleiflex, rullo di cui ha scelto il secondo scatto. Depardon ha poi sottolineato come la predisposizione di Hollande ad essere fotografato («il est très heureux d'être photographié»), gli abbia grandemente facilitato il compito. Lo stesso Presidente, racconta ancorai Depardon, avrebbe anche deciso di farsi fotografare in esterni e concordato con il fotografo che l'immagine non fosse troppo statica, ma mostrasse il Presidente come in un'istantanea, assecondando la formazione professionale ed estetica dell'autore.
Certo, osservando il risultato finale, perfino io riesco quasi da farsi prendere da un sussulto di orgoglio nazionale, ancorché sia un atteggiamento che mi è massimamente alieni. Daltronde penso possa risultare complesso per chiunque non sottoscrivere la tesi che vuole ascrivibili a Depardon immagini assai migliori, anche se di sicuro latrici di prestigio inferiore...


Fonte: Le Monde


giovedì 19 gennaio 2012

Giovane violenza a Sassari


L'ingresso della mostra durante l'inaugurazione di MENOTRENTUNO_03 giovane violenza. © Leonardo Riu.
* Non sono sardo e sono triste. Un po’ perché non sono figlio di questa splendida terra… ma a cinquant’anni ho imparato a farmene una ragione e quando apro la mia carta di identità penso che tutto sommato poteva andarmi molto peggio. 
Il pubblico in visita durante l'inagurazione della mostra 
MENOTRENTUNO_03 giovane violenza,
Sassari, ex Convento del Carmelo.© Leonardo Riu.
La tristezza che mi invade stasera, quella che non ho imparato a gestire, viene fuori ogni volta che mi devo confrontare con lo spreco di risorse, di idee o, quel che è peggio, di azioni concrete. Per farla breve è il motivo per cui siamo qui stasera a rendermi triste: sì, proprio l’inaugurazione di Menotrentuno. Un progetto ottimo, realizzato con coscienza, professionalità, capacità, gusto e permettetemi di dirlo con cuore. Non è un accesso o un eccesso di retorica e nemmeno una crisi di irrefrenabile, servile piaggeria. Quello che sto dicendo è solo il riflesso di ciò che ho provato ieri visitando in anteprima la mostra. Proverò a spiegarmi.
Per lavoro ho scelto di occuparmi proprio di queste cose. Per lavoro guardo molte fotografie. Per lavoro scrivo, di fotografia. Per lavoro visito molte mostre in Italia e all’estero. Per lavoro, forse, accuso quasi quotidianamente quei continui sbalzi di umore tipici delle sindromi depressive. Ma se siete qui probabilmente già sapete che il minimo che ti possa capitare andando a una mostra di fotografia è di deprimerti per la povertà delle scelte, per la loro scontatezza, per lo sciattume degli allestimenti e quanto tutti noi abbiamo sperimentato più e più volte.
Poi vai all’estero e scopri che appena varchi i confini la possibilità di vedere fotografie di qualità in esposizioni perfette rappresenta, non dico la norma, ma quantomeno una ragionevolissima probabilità. A quel punto ti esalti. Poi pensi al fatto che una cosa simile in Italia non sarebbe mai stato possibile realizzarla. E allora ti deprimi. Diventi triste, come me adesso, appunto. 
Il pubblico durante l'inaugurazione di Menotrentuno_III giovane
violenza
, Sassari Ex Convento del Carmelo. © Leonardo Riu.
Tra le tante cose viste nell’appena concluso 2011 vi potrei parlare dei Rencontres d’Arles, del Visa d’Or pour l’Image di Perpignan o del Photoquai di Parigi solo per citare delle manifestazioni dedicate alla fotografia e strutturate su una programmazione che si estende sul territorio urbano con una molteplicità di esposizioni che offrono dei panorami quantomai ampli e variegati di ciò che è oggi la fotografia. Tutte manifestazioni che rivestono un ruolo di valore assoluto nell’universo della fotografia. Manifestazioni il cui livello qualitativo vi sfido a trovare in Italia, con buona pace di quei quattro pseudo critici legati a qualcuno dei potentati che organizza le nostre fiere da paese della fotografia, con buona pace di quelli che ben ne parlano in virtù di una sapiente commistione di profonda ignoranza, nel senso etimologico naturalmente, e servilismo atavico. 
L'intervento di Salvatore Ligios durante l'inaugurazione di MENOTRENTUNO_03 giovane violenza,Sassari, 
ex Convento del Carmelo.© Leonardo Riu.
Ma da questo nostrano scenario post atomico della fotografia emerge la visione che sottende Menotrentuno, ovvero una rassegna profonda, ad ampio spettro. Una rassegna che non ha coinvolto solo una città, ma un’intera Regione, un’intera Isola, quella con la I mauscola. Una rassegna che ha messo in contatto culture fotografiche, e non solo, cosmopolite e lontane fra loro facendole dialogare… dialogare… non dimenticate questo verbo
Ma allora perché dovrei essere triste se, per una volta, posso dire con convinzione di aver trovato qualcosa che regge tranquillamente il confronto con il gotha della fotografia mondiale?
Beh, un po’ per abitudine o forse per nostalgia della terra di Francia dove i miei occhi sono caduti in preda di innamoramenti ripetuti e molteplici, un po’ perché so bene che domattina ripartendo e tornando a Milano, la capitale morale d’Italia… va beh… lasciamo perdere… tornando a Milano dicevo o andando a Roma continuerò a vedere le solite celebrate indegnità.
Ma sono triste soprattutto perché Menotrentuno ha rinforzato in me la certezza che anche da noi si può lavorare a questo livello, anche se tutti continueranno a non farlo, vittime del loro provincialismo culturale e della loro ignoranza, sempre in senso etimologico… ma stavolta non solo in quello.
Il pubblico all'inaugurazione di MENOTRENTUNO_03 
giovane violenzaSassari, ex Convento del Carmelo.© Leonardo Riu.
E un altro po’ sono triste perché avendo curato anche io qualche mostra so bene quanto sia fondamentale che dietro a un evento come questo ci sia, oltre ovviamente alla capacità di saperlo fare, un luogo dove pensare
Menotrentuno è un miracolo in Italia. Ma, il miracolo di Menotrentuno non è figlio del caso. È figlio di oltre un decennio di esperienza maturata sul campo, è figlio della fatica, del sacrificio di Salvatore Ligios e del suo staff, è figlio della volontà incrollabile di andare avanti per superare ogni tipo di difficoltà… ma è figlio anche di un luogo in cui è stato possibile concepire Menotrentuno. Un luogo in cui far convenire da tutto il mondo i nomi più importanti della fotografia e farli incontrare con il mondo della fotografia italiana e sarda, creando occasioni dialogo (dialogodialogo... dialogare… ricordate questo verbo?) e quindi di crescita per tutti soprattutto per i giovani. Qualcosa che pochi al mondo possono vantare. 
Questo luogo, lo sapete meglio di me si chiama Su Palatu e si trova a Villanova Monteleone, un piccolo, delizioso paese a una manciata di chilometri da dove ci troviamo ora. Ho detto si trova... espressione sintatticamente e grammaticalmente corretta se ci riferiamo alla struttura architettonica sottesa dal nome Su Palatu, ma del tutto inadeguata se ci riferiamo a Su Palatu come centro di eccellenza consacrato alla fotografia.
L'intervento di Sadro Iovine, a destra, durante l'inaugurazione di MENOTRENTUNO_03 giovane violenza,Sassari, ex Convento del Carmelo. Da sinistra Salvatore Ligios e l'assessore alle Politiche sociali, giovanili, culturali, della salute e alle Pari opportunità Bruno Farina. © Leonardo Riu.
Non è certo questa la sede in cui è necessario spiegare altro. Sapete tutti e molto meglio di me cosa è accaduto. Quanto alle cause non voglio entrare nel merito sia perché come dicevo all’inizio non sono sardo e potrebbero sfuggirmi dettagli significativi, sia perché non intendo farmi coinvolgere in dinamiche politiche per la cui comprensione l’appartenenza al territorio è indispensabile. Senza contare che fondamentalmente non sono nemmeno troppo interessato alle cause e ai perché
Quel che mi interessa sono le conseguenze! 
Il pubblico in visita durante l'inaugurazione
di MENOTRENTUNO_03 giovane violenza. © Leonardo Riu
Chiudere Su Palatu ha significato negare quella che nell’ultimo decennio considero essere stata l’unica reale offerta di dialogo, confronto e crescita per la fotografia italiana. E questo non può essere accettato senza protestare.
Se conosco quello che è stato il motore immobile di Su Palatu, se conosco Salvatore Ligios, non sarà certo la chiusura di Su Palatu a fermare Menotrentuno o le mille altre proposte che Salvatore Ligios ci regalerà nei prossimi dieci anni. Ma certo sarà tutto più difficile senza un luogo dove pensare, progettare, creare un baricentro per far dialogare a livello locale e internazionale i nostri giovani autori (ma chi si occupa più di loro?). 
E, per cocludere, non dimentichiamo mai che, come ricorda Ligios nella presentazione di Menotrentuno, «Dialogando si impara». 




* Testo del discorso di presentazione di Sandro Iovine in occasione dell'inaugurazione di Menotrentuno_III giovane violenza, il 13 gennaio 2012 presso l'Ex Convento del Carmelo a Sassari.

La mostra


















MENOTRENTUNO_III giovane violenza

Giovane fotografia europea in Sardegna
Young European Photography in Sardinia

13 gennaio - 26 febbraio 2012


Ex Convento del Carmelo
Viale Umberto, 1 - Sassari

www.menotrentuno.it


AddThis Social Bookmark Button

martedì 17 gennaio 2012

Il piacere della radio

Giampaolo Musumeci e Riccardo Poli nella redazione di Nessun luogo è lontanoRadio 24 mettono
a punto gli ultimi dettagli della scaletta della trasmissione pochi minuti prima di andare in onda.
Devo ammettere che quando mi chiamano a dire qualcosa in radio mi diverto un bel po'. E per parecchi motivi. Il primo probabilmente è che mi piace la radio in quanto strumento di comunicazione, con tutta la libertà che concede alla fantasia dell'ascoltatore di immaginare e ricostruire gli scenari che gli vengono proposti. Il tutto corredato, in genere, da tempi di riflessione che la televisione ci ha fatto dimenticare. In secondo luogo l'aspetto piacevole per quanto mi riguarda è che per una volta tanto stai contribuendo a realizzare un prodotto professionale senza averne la responsabilità diretta. Il che significa che ti puoi affidare al conduttore e lasciarti andare limitandoti a fornire il tuo contributo avendo come unica preoccupazione quella di allineare le parole in modo che risultino comprensibili. Per quanto mi riguarda c'è poi anche un aspetto neanche troppo velatamente edonistico relativo al riascolto della mia stessa voce nel ritorno in cuffia. 
Nello studio di Radio 24 durante la diretta del 2 gennaio 2012 di Nessun luogo è lontano.
© Giampaolo Musumeci. 
Come credo capiti a molti, se non addirittura alla maggioranza, ho un pessimo rapporto tanto con con la mia immagine quanto con la mia voce. Tanto che mi risulta  quest'ultima mi risulta assolutamente sgradevole nella quotidianità e la sua sopportazione deriva solo dall'impossibilità di confrontarmici a meno di non scegliere il mutismo come opzione di vita. Ancor peggio quando si tratta di riascoltarla in forma registrata. Lì credo di sfiorare il patologico nel rifiuto totale della possibilità di riascoltarmi. Per questo riesco a stupirmi ogni volta che mi capita di transitare per una radio per il miracolo messo in atto  dagli ingegneri del suono che mi restituiscono in cuffia una voce piena e arrotondata a suon di compressori. La percepisco talmente differente da come sono abituato a sentirla che alla fine riesco a trovarla gradevolmente rassicurante fintanto che mi trovo in studio. Altro fattore fondamentale per rendere piacevoli le escursioni radiofoniche è il rapporto che si crea con il conduttore. In questo devo dire di essere stato sempre piuttosto fortunato incontrando persone come Francesca Vitale di Radio RAI o Giampaolo Musumeci di Radio 24 con le quali si è creato un rapporto di stima e fiducia che ha consentito di trasformare un impegno di lavoro in un momento di divertimento intelligente. A completare il quadro c'è poi indubbiamente la scelta degli argomenti e il modo in cui vengono trattati. E ancora un volta nella mia limitata esperienza posso dire di essere stato molto fortunato. Tutto questo per dire che anche partecipare alla trasmissione del 2 gennaio di Nessun luogo è lontano, il programma di Radio 24 dedicato ai grandi avvenimenti internazionali, è stata un'esperienza quantomai piacevole. La puntata era dedicata agli Sterotipi africani e si proponeva di analizzare attraverso testimonianze sonore in quale modo si forma l'immaginario collettivo degli occidentali sull'Africa, sottolineando quanto questo sia spesso lontano dalla realtà dei fatti. Per quanto mi riguarda il mio piccolo contributo è stato relativo all'impiego della fotografia, in particolar modo di quella giornalistica per effettuare il racconto del Continente Nero. Un racconto che molto spesso prescinde dalle testimonianze di chi vi è nato e ci vive, ma si affida alla lettura di chi viene da fuori, con tutte le conseguenze, spesso fuorvianti del caso. Per chi fosse interessato, la puntata può essere ascolta dal podcast di Radio 24 oppure utilizzando il player presente a questo indirizzo (una volta aperta la pagina scorrere in basso e cliccare utilizzare l'ultimo player seguendo le indicazioni con il nome e la data della puntata).

AddThis Social Bookmark Button

lunedì 16 gennaio 2012

Su Palatu: è assurdo, ma è proprio finita!


Salvatore Ligios durante l'intervista realizzata a Su Palatu ormai chiuso il 13 gennaio 2012.
«Prima avevo qualcosa da mostrare con orgoglio agli ospiti, ma adesso che Su Palatu chiude non è rimasto niente qui in paese...» Sono le parole che ha pronunciate poco fa a colazione Rita, la signora che gestisce il B&B che mi ospita sempre quando vengo a Villanova Villanova Monteleone. Parole che continuano a risuonarmi in testa come una campana a morto mentre vado per l'ultima volta a Su Palatu. Il paese di primo mattino è placido e tranquillo. Come sempre. Scendendo la stradina che porta al piccolo piazzale dove sorge Su Palatu vedo i gatti che sonnecchiano sorvegliando l'attività dei pochi umani in circolazione, il rigoglio delle piante grasse inorgoglisce la facciata della casa davanti alla quale ci fermiamo con la macchina. Come sempre. Alzando gli occhi dietro le righe chiare e scure dei muri di Su Palatu, le nuvole scorrono veloci spinte dal vento. Mi torna in mente il cielo di qualche anno fa, visto dallo stesso punto verso l'ora del crepuscolo, mentre si aspettava che si facesse l'ora dell'inaugurazione. Iniziava ad essere appena venato di rosso ed era invaso dallo stridio delle rondini... 
Stamattina sembra tutto un po' sospeso nella sua normalità. L'unica cosa strana rispetto al solito è il portone chiuso di Su Palatu. Ligios fa girare le chiavi nella toppa mentre risponde al telefono. È un po' destabilizzante varcare la soglia questa volta. Il portono di legno di legno scuro si spalanca, lentamente mi pare. Ero abituato a trovare questa porta aperta, pronta ad accogliere il pubblico. Ma so bene che sto per entrare per l'ultima volta in quello che è stato probabilmente l'unico luogo dove negli ultimi dieci anni si è davvero fatta cultura fotografica nel nostro Paese. Un luogo che ormai, per la fotografia, non c'è più. Nonostante gli appelli fatti da tutta Italia, le petizioni europee, la situazione non è cambiata. Su Palatu e la fotograifa hanno perso e si chiude. Salvatore Ligios e il suo staff hanno iniziato a sgomberare dalla fine di dicembre. E appena entri ne hai la percezione. Già all'ingresso si nota il tipico disordine dei traslochi in corso. Refrattrio come sono a questo tipo di attività mi tremano le gambe a ogni scalino all'idea di quanto materiale si possa essere accumulato in una dozzina di anni di intensa attività. O forse è la coscienza di sapere che questa è l'ultima volta che farò le scale che portano alle sale espositive al primo piano?  Di sopra, la dove era sempre tutto perfettamente ordinato ci sono solo residui di scatole, teli di plastica qua e la in disordine., una brutta sensazione di vuoto e abbandono. È proprio finita la storia di un centro di eccellenza della fotografia.. «Non ci piace elaborare i lutti» dice Salvatore... e allora mettiamo giù il treppiedi e facciamo quest'ultima intervista a Su Palatu.


AddThis Social Bookmark Button