martedì 19 marzo 2013

Piccoli fatti e mugugni senza speranza

L'immagine che accompagna la promozione del concorso fotografico dedicato alle insegne in francese presenti nella città di Napoli, promosso dall'Institut Français de Naples.
Il mugugno non è appannaggio esclusivo dei liguri, che pure ne alimentano con fierezza e orgoglio i fasti. Il mugugno (ovvero quel lamentarsi continuo e insistente, ma mai urlato e risolutorio, quanto piuttosto rassegnato) è proprio anche di chi si occupa di fotografia. Del resto il ruolo di quest'ultima è perennemente subalterno (ecco un esempio pratico di mugugno fotografico per chi non fosse pratico) a qualche altra cosa o finalità. La fotografia è quasi sempre strumentale e ancor di più lo è quando la si utilizza per promuovere qualcosa all'interno di iniziative di dubbia condivisibilità (altro mugugno fotografico). In questo risveglio che ha preceduto l'odioso gracchiare della sveglia, a turbarmi, rendendo astiosa la giornata prima ancora che inizi (questo invece è mugugno personale, un po' più vicino a quello ligure forse), è un'iniziativa dell'Institut Français de Naples.
Si tratta di un concorso fotografico in cui i partecipanti dovrebbero a andare a caccia delle insegne in lingua francese reperibili sul territorio del capoluogo partenopeo.
A meno di non pensare completamente incapaci di intendere e di volere i responsabili di cotanta iniziativa, credo si possa individuare la motivazione nella volontà di attirare l'attenzione sulla presenza della lingua francese sul territorio, così da produrre una sorta di indotto alle attività meritorie dell'Istituto. Merita ammirazione lo sforzo creativo di chi ha redatto il bando, arrotolandosi intorno a una labile traccia nel tentativo di conferire dignità culturale all'iniziativa. Meno ammirazione mi suscita il coinvolgimento di personaggi nobili del mondo della fotografia italiana nei confronti dei quali per altro nutro enorme stima personale. Ghiotto comunque, per chi si occupa di fotografia, il primo premio (un soggiorno gratuito di sei giorni ad Arles durante i Rencontres). 
Non è ipotizzabile che ci si illudadi ottenere qualcosa di significativo sotto il profilo della forma fotografica, soprattutto rivolgendosi a un pubblico generico. Al massimo si può pensare di mettere in archivio qualche foto da utilizzare in iniziative future. In altre parole ancora una volta ci si rivolge alla fotografia in modo strumentale relegandola a una funzione subalterna e non autonoma. 
È una vecchia tradizione, assai trasversale, quella di organizzare un concorso fotografico quando non si hanno soldi e si deve animare qualcosa. La mettono in pratica le case editrici quando il genio del marketing della situazione propone immancabilmente di fare un concorso fotografico «così ci facciamo un archivio gratuito». La propongono immancabilmente gli assessorati dei comuni quando vogliono fare cultura a basso costo  perché poi «così ci facciamo un archivio gratuito». La esaltano le aziende perché «tanto le foto ormai e le fanno tutti» e poi «così ci facciamo un archivio gratuito».
Naturalmente che poi ci siano persone che producendo fotografie vivono e il cui lavoro andrebbe rispettato, non interessa a nessuno, perché tanto le fotografie nel sentire comune sono quel qualcosa senza valore che chiunque può fare. Che esista un concetto di professionalità legato alla fotografia è un pensiero che non sfiora nessuno o quasi a meno di non essere addetti ai lavori e anche in quel caso... e il mugugno continua...
Però, a pensarci bene, perché non ci inventiamo un bel concorso fotografico sulla condizione dei fotografi? Magari «così ci facciamo un archivio gratuito»...

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